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Lunedì 24 Ottobre 2011 18:49

«Io & Dio» - di Vito Mancuso (Marsala – Sabato 22/10/2011)

Vorrei iniziare questo intervento esprimendo la mia gratitudine al teologo Vito Mancuso per questa sua opera elaborata, esauriente e molto ben articolata, la cui ricchezza non mi sarà possibile restituire per come essa – invece – meriterebbe nel breve spazio di queste mie considerazioni. Ma, prima ancora che al teologo, questa stessa gratitudine vorrei esprimerla all’uomo Vito Mancuso, proprio a motivo della profonda umanità di cui le pagine di questa sua riflessione sono imbevute, senza che ciò, peraltro, vada a discapito del rigore argomentativo dell’opera. Studiare questo testo che accende la passione (anche quella dei suoi detrattori, immagino) ha infatti contribuito ad accrescere, prima ancora che il mio sapere, la mia umanità: di qui il grazie semplice e sincero che vorrebbe fungere da premessa sentita, più che dovuta, alle considerazioni che vi farò seguire.

 

A questo proposito, sperando di non incorrere nel rischio di una eccessiva semplificazione, ho deciso di prediligere, in questa mia esposizione, un tipo di lettura che intende mettere in risalto ciò che ritengo possa essere individuata come una delle prospettive attraverso cui tentare una lettura d’insieme di quest’opera densa eppure fruibile. Credo che uno dei temi nevralgici che attraversa l’opera nella sua interezza sia senza dubbio quello del rapporto che intercorre o che, per meglio dire, dovrebbe intercorrere tra fede e ragione, fede e pensiero, fede e riflessione critica. Vorrei provare a scandagliarlo svolgendolo in quattro, brevi punti.
 Il primo di essi concerne il fatto che, secondo l’autore, queste due dimensioni della nostra umanità dovrebbero illuminarsi vicendevolmente attraverso un rapporto di reciproca e feconda (e feconda proprio perché reciproca) interrogazione. Vorrei prendere le mosse da alcune vibranti righe del testo rispetto a cui la consonanza del mio pensiero così come del mio sentire è piena:
«La vita umana – scrive il professor Mancuso – nella misura in cui è umana, consiste proprio nel pensare, e la forma privilegiata del pensare è la domanda, in particolare quando, mediante il domandare, ci si appassiona alla domanda di senso» (Mancuso, Vito Io e Dio, Garzanti, Milano, 2011, pag. 400)

Questo abitare la domanda ed accoglierla nell’esistenza concreta attraverso il riconoscimento del ruolo costitutivo che essa riveste nella fede, oltre che nel pensiero (o meglio, nella fede che pensa così come nel pensiero che non rinuncia a sperare), questo porre al centro la dimensione dell’interrogazione come luogo principe della nostra piena umanità, consente al professor Mancuso di evitare le derive opposte (eppure, in ultima analisi, speculari quanto agli esiti cui entrambe portano) del razionalismo (che esclude ogni dimensione che lo ecceda) da un lato e del fideismo (che respinge ogni prospettiva che lo indaghi e lo metta, così in questione) dall’altro.

Ecco perché a tale proposito l’autore ritiene – a mio avviso opportunamente – che la questione fondamentale risieda nel «ripensare il cristianesimo alla luce del sapere del tempo (…) riprendendo, su basi nuove, il lavoro di conciliazione tra cristianesimo e cultura» (Ibidem, pagg. 200-201). Se non si porterà avanti questo lavoro di conciliazione l’esito non potrà che essere quello di una fede ecclesiastica auto-referenziale, confinata entro gli orizzonti angusti, asfittici, di un passato ripiegato su se stesso ed oggi improponibile.
Figlio di questa interrogazione mutua ed incessante che viene a rendere fecondo il rapporto tra fede e pensiero è la libertà entro cui, soltanto, ogni ricerca autentica di senso può vivere ed esercitarsi: libertà che viene inevitabilmente a cozzare con l’imposizione ecclesiastica di quello che l’autore definisce, ineccepibilmente, come «principio d’autorità». A tale riguardo, mi trovo in assoluto accordo con la duplice individuazione operata dal professor Mancuso in ordine a tale principio:
Da un lato il magistero pontificio che, in ambito cattolico, attraverso i suoi pronunciamenti ex cathedra che non ammettono replica né contraddittorio (sebbene, a più riprese, si siano manifestati fallaci), ha violato e viola ancora oggi la libertà di ricerca e di espressione in ambito teologico ed etico, obbligando i credenti ad un assenso acritico improponibile perché, in fin dei conti, irragionevole.
Dall’altro la presunta infallibilità del testo biblico sostenuta dall’ortodossia e dal fondamentalismo di matrice protestante, che riduce (fino a renderli inesistenti) gli spazi di quella libertà che si esprime nell’interpretazione del testo che ricorre opportunamente agli strumenti messia disposizione dall’evoluzione che si è avuta sia in ambito storico che sotto il profilo filologico ed esegetico.

È proprio questo «principio d’autorità», insieme con la logica che lo anima e lo innerva, ciò che, nelle distinte confessioni cristiane, dobbiamo mettere in questione, educandoci ad una fede responsabile, capace di far proprie quelle istanze che, come ci ricorda opportunamente l’autore, ci provengono da quell’Illuminismo che le ortodossie ecclesiastiche si ostinano a non voler recepire e nei confronti del quale, invece, siamo debitori per tutto ciò che attiene all’esercizio della libertà di pensiero e di coscienza.
Ma l’Illuminismo ha consentito di mettere in questione non soltanto i presupposti teologici su cui si fondava e ancor oggi si fonda il principio d’autorità ma anche (e in questo ponendosi in continuità con lo spirito, in parte irrealizzato, della Riforma) l’assetto istituzionale proprio del cattolicesimo romano. Cito, a tale proposito, un’affermazione contenuta nell’opera, in cui l’autore si dichiara persuaso del fatto che:
«È meglio avere una gerarchia che non averla» (Ibidem, pag. 198)

Proprio la stima che nutro nei confronti dell’autore e dell’analisi critica da lui proposta in questo testo, mi spingono a rivolgergli, nel pieno rispetto di una differente sensibilità teologica, una domanda: non ha forse anche questo assetto gerarchico una relazione nemmeno troppo indiretta con l’imposizione dell’obbedienza al principio di autorità? Non si potrebbe riflettere in merito alla possibilità di una configurazione che sia sì istituzionale ma più improntata alla collegialità e ad una fraternità che si riveli fondata sulla piena uguaglianza dei credenti in seno alla chiesa (sia pure, si capisce, nel riconoscimento della diversità dei doni e dei ministeri, i quali, ad ogni modo, sono da intendersi nel senso del servizio come esercizio dell’autorità in senso evangelico)? Si tratta dell’unica osservazione critica di rilievo che mi sento di muovere a quest’opera, certo del fatto che su questa considerazione pesi la mia sensibilità teologica ed ecclesiologica protestante.
L’illuminismo, infine, ha anche aperto la strada alla possibilità di un «cristianesimo non dogmatico» che, come afferma l’autore, «concepisce la verità del mondo e della vita come più grande della propria identità» (Ibidem, pag. 439). Su questo non posso che concordare con tutto il mio essere, perché credo fermamente che si tratti dell’unica prospettiva che possa metterci al riparo da rigide e sterili contrapposizioni identitarie alle quali, troppo spesso, la fede (ma meglio sarebbe dire la sua contraffazione) viene indebitamente associata. Convinto anch’io, come l’autore, del fatto che l’appiattimento identitario costituisca soltanto un inopportuno restringimento dei più aperti orizzonti che dovrebbero caratterizzare la fede (ogni fede) ed il suo atteggiamento di ricerca, ritengo del tutto legittima la convinzione del professor Mancuso secondo cui egli intende essere riconosciuto a pieno titolo come un teologo cattolico. Dirò di più: sono teologi e ancor prima credenti come lui quelli in cui vorrei imbattermi più spesso, non soltanto come apprezzati interlocutori, ma come compagni di ricerca e di cammino per un rinnovamento di tutte le chiese che vada nella direzione dell’autenticità. E, sempre che le chiese questo cammino intendano compierlo sul serio (cosa circa la quale, purtroppo, ho i miei dubbi), l’unico orizzonte perseguibile è quello proposto dall’autore di una piena e mai compiuta umanizzazione: perché «essere umani» non è una condizione (come siamo stati abituati, anche in questo caso, a credere), ma un compito. Umani non lo siamo: umani lo possiamo diventare attraverso quel dialogo con l’altro, con l’altra, mediante il quale, soltanto, è possibile che si dischiuda al cuore, prima ancora che alla mente, quella che l’autore definisce «l’eccedenza della vita, nelle sue molteplici e contraddittorie manifestazioni» (Ibidem, p. 98).

Alessandro Esposito
Pastore presso la chiesa valdese di Trapani & Marsala
 

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