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Lunedì 12 Dicembre 2011 08:49

"Alfano, biografia non autorizzata" di Viviano e Ziniti

Alla fine, molto probabilmente, passerà alla storia per un bisillabo — lodo — che ha tenacemente legato al proprio cognome. Un salvacondotto giudiziario per l’impunità dell’ex premier che gli ha regalato la fortuna di godere per sempre della luce riflessa del suo “amore” Silvio e lo ha fatto schizzare in testa alle classifica della schiera infinita dei sottopancia del cavaliere.

Deve essere stata una fatica improba scrivere la biografia non autorizzata di Angelino Alfano come hanno fatto Francesco Viviano e Alessandra Ziniti. Perché già il personaggio riesce a stagliarsi a fatica nel panorama degli yes man del cavaliere e la sua lunga, a dispetto dell’età anagrafica, carriera politica, altro non è che la paziente, laboriosa e infaticabile costruzione del monumento all’intangibilità giudiziaria di un uomo che ha molti conti aperti con la legge.

Come ci sia riuscito è spiegato nel volume che gli autori hanno scritto per Editori Riuniti, con la prefazione di Liana Milella, aprendo una collana dedicata appositamente alla galleria delle vite di quanti hanno contribuito, e in parte contribuiscono ancora oggi, a rendere l’Italia il Paese che è diventato nel ventennio berlusconiano.

La giovane età, una certa disinvoltura, comune a un ceto politico complessivamente screditato, l’eloquio sciolto e le inspiegabili aperture di credito che ne hanno accompagnato l’insediamento in via Arenula, hanno fatto di Angelino Alfano il ministro della Giustizia di un’Italia iniqua. Lui ci ha messo del suo e che altro avrebbe potuto fare, questo spigliato agrigentino quarantenne ossessionato da un’incipiente calvizie, convinto, democristianamente, che il dialogo sia una risorsa per imporre le decisioni gradite al suo capo. Così, al suo esordio da ministro, in una Palermo abituata alla mollezza della consociazione, è riuscito perfino a far breccia su alcuni esponenti della parte più oltranzista della magistratura, parlando a braccio e dispensando, in un dosato mix di ricordi personali e slanci ideali, citazioni a iosa dei padri nobili dell’antimafia. Salvo poi disattendere in tutto e per tutto quel che di buono e di autentico c’era in quel discorso. Non una legge sui capitali, non un intervento deciso nella direzione delle fortune mafiose e dei colletti bianchi, non un provvedimento per snellire davvero i processi, non un’azione per rendere il moloch giudiziario qualcosa di lontanamente avvicinabile all’idea di un apparato efficiente. La parlantina lo ha aiutato sempre a non chiamare le cose con il loro nome.

Quel che resta uno dei suoi capolavori, paragonabile al tunnel della Gelmini, sono le cifre truccate sul numero di italiani intercettati per confezionare l’ennesimo pastrocchio giuridico con la pretesa di venire incontro alle legittime esigenze degli italiani violentati nella privacy. Tutto pur di riparare gli amici e gli amici degli amici dall’imbarazzante circostanza di ritrovarsi incriminati sulla base delle loro stesse incaute affermazioni.

La grancassa mediatica della stampa di regime fece il resto e la flebile voce di chi pure, all’avvento del delfino designato da Berlusconi a succedergli, gli aveva tributato melliflui onori, non riuscì a contrastare l’inossidabile efficacia di numeri falsi.

Frugando nelle prudenti memorie dei molti che lo hanno conosciuto mentre muoveva i primi passi all’ombra di un padre già in politica, in quell’Agrigento che alleva talenti da consenso in batteria, Viviano e Ziniti, restituiscono gli esordi, le fortune e le avventatezze di un politico nato già navigato che non sfugge alle maledizioni che sembrano accompagnare le esistenze di tanti come lui: la presenza a un matrimonio imbarazzante, cui segue l’immancabile pantomima del genere «ma io ero lì per la sposo, non per lo sposa» e quella di un fratello che si nutre della fama dell’altro e ne combina di tutti i colori.

Così nella biografia di Alfano c’è la presenza al matrimonio della figlia del boss di Palma di Montechiaro, Croce Napoli, e l’ascesa negli organismi camerali del commercio del fratello Alessandro, da ultimo indagato per la storia degli esami mai sostenuti all’Università. E dire che Angelino ha messo a frutto il suo potere romano per consolidare il proprio capitale siciliano sia nel commercio, sia nella Sanità dove ha messo abbondantemente le mani, garantendo anche un posto sicuro al proprio autista.

Di come i boss mafiosi abbiano gradito il rassicurante tenore delle esternazioni pubbliche dell’enfant prodige berlusconiano, capace di far ombra anche al fido avvocato Ghedini, sono piene le pagine del libro che ripercorrono i verbali di alcuni collaboratori di giustizia. La chicca finale sta però nell’ipse dixit redatto dagli autori che hanno rievocato alcune perle del Fior di Lodo nazionale: Berlusconi, ovviamente, guadagna due supercitazioni. La prima: «Mi sono “innamorato” di Berlusconi, guardandolo alla tv nel momento della sua discesa in campo. È stato un innamoramento a senso unico da tubo catodico. E mi candidai subito alle Provinciali del giugno del 1994, a 24 anni». La seconda: «Berlusconi è l’arcitaliano. Ha delle doti di assoluta specialità e allo stesso tempo incarna alla perfezione l’italiano». Con la prima scopriamo quanta sofferenza sia necessaria per vedere ripagato il proprio amore. Con la seconda quanto Angelino sia capace di dire anche una verità.

 

Alfano Biografia non autorizzata di Francesco Viviano e Alessandra Ziniti, prefazione di Liliana Milella (Editori Internazionali Riuniti, 126 pagine, 15,90)

 

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L'incipit del libro

 

Alle 8.20 di un mattino di un inverno qualunque Angelino cambiò irreparabilmente. Allora, era la metàdegli anni Ottanta, aveva una montagna di riccioli neri sulla testa, era già il primo della classe e il più gettonato dei rappresentanti degli studenti. Ma fu un giorno particolare quello in cui, ai suoi compagni del liceo scientifico “Leonardo” di Agrigento, Angelino Alfano diede improvvisamente l’impressione che, uscito da lì, sarebbe andato molto, ma molto, avanti.

Francesco Taglialavoro, uno di quei compagni (molti) finiti in politica pur senza raggiungere i successi di Angelino, lo ricorda nitidamente così: «Aspettavamo accalcati che i bidelli aprissero i cancelli della scuola per passare dallo spazio alla fine della discesina del Provveditorato, dove transitavano le macchine, all’interno dell’istituto, che invece aveva una larga passeggiata, sotto pure gli spazi della palestra scoperta e due grandi edifici scolastici: il nostro era lo “sperimentale” e l’altro il “tradizionale”.

Ad un certo punto la voce di Angelino si irrobustisce ed è pronta per l’esclamazione rivolta a Giovanni, che gli stava dietro, e a quanti nel giro di 510 metri potessero udirlo: “Attenzione che passa il più intelligente, il più fico dell’istituto, il “mago”. Era diventato un personaggio...

Commenti  

 
0 #1 Andrè 2011-12-17 13:53
Alfano? chi... quello che per farsi eleggere ha ingannato gli italiani con il partito "i grilli parlanti" facendo credere agli elettori di dare il voto al partito di Beppe Grillo invece votavano lui. Ma il colmo è che è stato eletto Ministro del GIUSTIZIA. Azz che giustizia!!!
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