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Lunedì 19 Dicembre 2011 18:28

Ambiente e alimentazione vegetariana, due facce della stessa medaglia

Gli italiani, secondo un rapporto di Federcarni, consumano 87kg pro-capite di carne l’anno con un trend in continua crescita. Il dato non si discosta da quello generale di consumo dei paesi così detti emergenti( 80kg pro-capite).

La FAO ( Food and agricolture organization of United Nations) stima che dal 1960 ad oggi il consumo di carne è aumentato del 400%.

Questi dati ci impongono delle riflessioni relative ai problemi correlati al consumo di carne che vanno dal consumo del suolo, delle risorse vegetali, idriche, alla salubrità della carne, alle malattie ad essa correlate al, non ultimo, benessere degli animali.

Ma andiamo per ordine.

Dal sito www.saicosamangi.info è possibile trarre dati allarmanti circa il numero di animali allevati a fini alimentari e precisamente: “In Italia si allevano 9 milioni di bovini, 9 milioni di suini, quasi 13 milioni tra ovini e caprini, 500 milioni di polli "da carne", 50 milioni di galline ovaiole, 100 milioni di conigli e centinaia di milioni di altro pollame (galline faraone, tacchini, quaglie, ecc.).

In tutto il mondo: 1 miliardo e 300 milioni di bovini, 2 miliardi e 700 milioni di ovini e caprini, 1 miliardo di suini, 12 miliardi di polli e galline e altro pollame.

Il 24% della superficie terrestre è occupato, direttamente o indirettamente, da bovini. In Australia, la popolazione bovina supera quella umana del 40%. In Sudamerica ci sono mediamente nove vacche ogni dieci persone”.

Un kg di carne di manzo produce tanta Co2 quanto un’autovettura che percorre 250 km e una lampadina accesa per 20 giorni. Per avere un kg di carne è necessario un approvvigionamento di 9 kg di cereali poiché un manzo di 500kg consuma 4500 kg di cereali. Per coltivare questi cereali è necessario che via sia un’immensa superficie coltivabile che bisogna recuperare attraverso il disboscamento. Per allevare gli animali, soprattutto in modo intensivo, si inquinano, senza possibilità di bonificarli, migliaia di ettari di terreni e tutti i corsi d’acqua che insistono vicino gli allevamenti. Come ben documentato dalla regista e produttrice americana Tracy Worcester, invitata a relazionare anche al Parlamento Europeo, l’allevamento intensivo, lei ha documentato quello di suini (la regista ha prodotto e diretto un documentario Pig Business sottotitolato in italiano e visionabile in basso), è un allevamento distruttivo per gli uomini e l’ambiente.

Il documentario testimonia come il costo della carne non sia solo quello finale ma comprende, soprattutto, quello non quantificabile legato al deterioramento, fino alla loro completa distruzione, delle risorse naturali e delle comunità locali dove l’allevamento è situato. Le chiamano esternalita’negative. Costi che non vengono monetizzati e percepiti come tali e che non incidono su un singolo ma sulla collettività. L’inquinamento creato da un allevamento intensivo viene pagato a livello globale ed incide su tutti. Certamente, però, chi ne paga più le conseguenze sono coloro che convivono con i corsi d’acqua inquinati, gli odori nauseabondi, le malattie, il deprezzamento dei prodotti agricoli, l’impossibilità di poter immettere sul mercato del biologico i prodotti provenienti da una zona devastata da un allevamento intensivo industriale e così via.

Anche la FAO ha denunciato questa situazione sottolineando, come è possibile leggere sul suo sito, http://www.fao.org/news/story/it/item/116937/icode/, che da oggi al 2050 la domanda di carne aumenterà del 78% e quello dei prodotti caseari del 58%. Per individuare il modo di gestire l’impatto degli allevamenti sull’ambiente la FAO ha anche creato un organismo a sé stante denominato LEAD( livestock-allevamenti-, environment-ambiente- and agricolture-agricoltura). Il primo rapporto prodotto dal LEAD, visionabile qui: http://www.fao.org/docrep/013/am074e/am074e00.pdf, evidenzia quanto detto sopra circa le correlazioni tra inquinamento ed allevamento ed anzi mette in risalto come a causa della crescente richiesta di soia a fini di trasformazione in mangime destinato agli animali da reddito si stia assistendo ad un processo di disboscamento preoccupante dell’Amazzonia che, come è noto, è il polmone verde più grande del mondo ed anche quello con la più alta percentuale di specie vegetali ed animali, cosa che permette il mantenimento della biodiversità a livello globale.

Se, quindi, la produzione di prodotti carnei ha, da un lato, un impatto diretto sulla salute di chi vive vicino agli allevamenti, dall’altro ne ha uno indiretto nei confronti di chi la consuma. Il consumo di prodotti alimentari di origine animale è, infatti, alla base dell’aumento di malattie quali il temutissimo cancro (tanto che il famoso oncologo Veronesi è vegetariano), malattie cardiovascolari e diabete. Secondo alcuni studi il 35% dei tumori deriva dall’alimentazione ed il 30% dal fumo. Queste 2 “cattive abitudini” tendono, poi, insieme a diventare una bomba ad orologeria all’interno del nostro organismo. Il tumore al colon, ad esempio, è praticamente inesistente nei paesi dove non si mangia carne rossa, mentre, sta raggiungendo percentuali preoccupanti nei paesi dove il consumo di questo tipo di carne è dilagante.

Infine, c’è il problema, poco attenzionato, del benessere degli animali che nascono, vivono e muoiono senza aver mai visto un raggio di sole ma solo una fredda luce artificiale.

Le normative europee, pur riconoscendo che l’animale è un essere vivente senziente e sensibile, sono, tuttavia, volte a far prevalere la produttività economica sull’evidenza scientifica che non ignora più la sofferenza animale. Nessun allevamento intensivo, anche detto industriale poiché strettamente assimilabile ad una catena di montaggio, può mai assicurare un qualche benessere agli animali. Solo per fare due esempi, le scrofe da latte partoriscono dentro gabbie dette di contenzione dove allattano pure i piccoli che spesso uccidono con il loro peso a causa dell’impossibilità di muoversi all’interno delle stesse. Le mucche, animali erbivori, con 2 stomaci, la cui naturale propensione sarebbe quella di ruminare a lungo e lentamente sono costrette a nutrirsi di farine spesso contenenti parti di animali. Si ricorderà , a tal proposito, il caso Mucca pazza.

Concludendo, la scelta di non nutrirsi più di carne è una scelta che aiuta l’ambiente, l’agricoltura di qualità e gli animali. Chi ha a cuore le sorti dell’ambiente non può più ignorare l’esistenza di questo problema e procrastinare ulteriormente l’adozione di uno stile di vita improntato alla dieta vegetariana.

Paola Sobbrio

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